Andrea Potestio
Jacques Derrida, Psychè. Invenzioni dell’altro, vol. 1, Milano, Jaca Book, 2008
(Pubblicata in "Rivista di filosofia neo-scolastica", Ottobre-Dicembre 2009, pp. 597-600)
Psychè. Invenzione dell’altro è una raccolta dei più significativi saggi di Derrida intorno alla questione dell’altro. La traduzione italiana di questo volume è stata affidata dalla casa editrice Jaca Book a Rodolfo Balzarotti che risolve molte delle difficili situazioni linguistiche in cui il filosofo francese colloca il suo pensiero teorico. Nel 2009, per lo stesso editore, è prevista la pubblicazione del secondo volume.
Gli scritti che compongono entrambi i libri sono stati organizzati dallo stesso Derrida in ordine cronologico tranne il primo L’invenzione dell’altro che dà il titolo all’intera raccolta ed è costituito da due conferenze tenute alla Cornell University nel 1984 e alla Harvard University nel 1986. Il tema dell’invenzione dell’altro rappresenta il centro dell’intero testo. Non a caso Derrida nella Premessa sostiene che l’invenzione dell’altro può costituire la ‘legge di una teoria discontinua’ che caratterizza la modalità con la quale i testi si susseguono nel volume e si intersecano l’uno nell’altro al di là dei momenti e delle circostanze che li hanno resi possibili.
L’invenzione dell’altro diviene la teoria discontinua che agisce nei saggi attraverso l’analisi di temi classici come la metafora, la rappresentazione e la psicanalisi o di argomenti politici e di attualità come il razzismo e la guerra nucleare. In Il ritrarsi della metafora Derrida, partendo dalla frase di Heidegger ‘il metaforico si dà solo all’interno della metafisica’, propone uno stretto confronto con le tesi di Ricoeur sulla metafora. Il movimento metaforico – secondo Derrida – è costituito da un ‘ritrarsi’ che mostra la propria ambiguità nel tratto che si segna ritirandosi senza potersi cancellare. In Invio il tema centrale è l’idea di rappresentazione. La modernità, a partire dal pensiero di Descartes e dallo sviluppo delle scienze positive, pensa l’ente come rappresentazione: qualcosa di stabile che può essere riprodotto dal soggetto. Pur criticando questa concezione attraverso il pensiero heideggeriano che sostiene l’esistenza di un’essenza non rappresentabile della rappresentazione, Derrida conclude lo scritto problematizzando anche la soluzione del filosofo tedesco che porta a pensare l’essenza della rappresentazione come figura dell’invio a sé dell’essere in quanto presenza (Anwesenheit). L’idea di invio a sé conserva al suo interno un rimando destinale che Derrida rifiuta affermando la necessità di invii dell’altro che tengano aperto il rapporto con ciò che non è rappresentabile.
Il confronto con il pensiero dell’altro è evidente anche nei saggi esplicitamente dedicati all’opera di filosofi significativi per il percorso di Derrida come Le morti di Roland Barthes dove viene tematizzato il tema della morte e della singolarità e In questo medesimo momento. In quest’opera eccomi in cui Derrida riconosce il debito teorico nei confronti di Emmanuel Lévinas. ‘Egli avrà obbligato’ è la frase che viene ripetuta nel saggio per mostrare la difficoltà nel riconoscimento di un dono (l’opera del filosofo) che comporta sempre l’attestazione di ciò che è donato e di colui che dona. Un riconoscimento nei confronti di Lévinas che si manifesta come un’operazione di invenzione dell’altro.
I temi psicanalitici sono argomento centrale di Io [Moi] – La psicanalisi e di Telepatia. Il primo saggio è un confronto serrato con un testo di Nicolas Abraham: La scorza e il nocciolo. Abraham propone un’analogia tra l’immagine della scorza e del nocciolo e il rapporto tra l’apparato teorico della psicanalisi e il suo io profondo. Una immagine che non riesce a spiegare completamente questo rapporto perché – spiega Derrida – la scorza può essere tolta per portare alla luce il nocciolo, ma questa operazione diventa impossibile per l’io profondo (l’inconscio) che non può essere mai portato completamente alla luce e agisce come non-presenza. Il secondo scritto, composto in stile epistolare, analizza alcuni temi presenti nella corrispondenza tra Freud e Fliess, ma riflette anche sulla natura della lettera come modalità di scrittura. Ogni lettera è un invio che agisce a distanza, in modo quasi telepatico, poiché tocca un altro che viene dichiarato ma non è presente nel momento della scrittura.
Il saggio Geopsicoanalisi “And the rest of the world” si occupa di temi psicoanalitici, ma può già essere inserito tra gli scritti di carattere politico che concludono il volume perché esprime la critica di Derrida – pronunciata nel 1981 a un incontro organizzato da René Major – alle istituzioni di psicanalisi, in particolare all’API (Associazione internazionale di psicoanalisi) per il suo immobilismo e formalismo astratto sul tema della violazione dei diritti umani in Argentina. Si occupano di problemi politici anche L’ultima parola del razzismo e No Apocalypse, not now. A tutta velocità, sette missili, sette missive che analizzano, attraverso un originale ripensamento dell’idea di alterità, il fenomeno dell’Apartheid e il potere dissuasivo della guerra nucleare.
Ma cosa intende Derrida per invenzione? E che cosa significa invenzione quando deve essere dell’altro? Due sono le modalità di risposta che Derrida lascia volutamente aperte e fa agire alternativamente all’interno dei testi. Secondo la prima modalità l’invenzione dell’altro implica che l’altro resti ancora in me come una mia proiezione, assimilazione o introiezione, nella seconda il mio io è scoperto e trovato grazie alle operazioni di ritrovamento e di invenzione dell’altro che costituisce la superficie riflettente che chiamiamo psiche. Entrambe le modalità dispiegano la relazione tra invenzione e alterità e guidano il percorso di Derrida nell’incontrare il pensiero di altri autori.
L’invenzione è una struttura singolare perché prevede una generazione, una genealogia e una certa originalità che si costituiscono attraverso un evento istantaneo. Ma l’evento singolare dell’invenzione, il suo movimento inaugurale e originale diventa effettivamente invenzione solo se viene riconosciuto come tale da un altro, da una società o da un’istituzione che lo legittima e lo iscrive all’interno di una tradizione. L’invenzione intesa come ciò che avviene e inaugura, per essere tale, deve dare avvio alla sua ripetizione, al suo sfruttamento e alla sua reiscrizione.
Il rapporto tra l’invenzione di ciò che si inaugura per la prima volta e il trovare ciò che è a disposizione nella realtà si manifesta come lo snodo centrale per comprendere meglio il significato dell’invenzione dell’altro. Il trovare diventa inventare quando la sua esperienza ha luogo per la prima volta, per esempio nella scoperta di oggetti e dispositivi come la stampa, un vaccino, una forma musicale o un genere narrativo. In questi casi l’invenzione non ha il senso di una generazione di esistenza o di un mondo, ma è un atto che scopre per la prima volta, a partire da ciò che è già presente, qualcosa di originale. Il rapporto trovare/inventare non può significare creazione ex nihilo, bensì mostra la capacità del soggetto di generare qualcosa di originale nelle pratiche e negli usi abitudinari provocando, così, un evento. Questo significato di invenzione ha a che fare con la pratica dell’uomo e spiega la sua attitudine a generare dispositivi tecnici e a produrre narrazione e immagini fittizie: “l’uomo stesso, il mondo umano, è definito dall’attitudine a inventare. Nel duplice senso della narrazione fittizia o della favola e dell’innovazione tecnica o tecno-scientifica” (ivi, p. 39).
A partire dal XVII secolo – sottolinea Derrida - in particolare attraverso il pensiero di Descartes e Leibniz, l’idea di invenzione verrà pensata quasi esclusivamente come produzione di un dispositivo tecnico tralasciando l’altra radice del suo significato che la lega all’idea di scoperta come svelamento del nuovo che non necessariamente produce tecnica.
L’idea di invenzione nella sua complessità e ambiguità va intesa sia come scoperta svelante sia come scoperta produttiva. Il primo significato, che ha perso parte del suo valore a causa dello strapotere della tecnica moderna, è legato all’idea di verità. Derrida recupera un’idea di invenzione intesa come atto svelante che mostra per la prima volta un nuovo modo di rapportarsi agli oggetti: un atto che si lega all’idea di verità e alla capacità di inventare. Ma questo tipo di svelamento veritativo è in realtà una produzione linguistica che innova ‘solo’ il modo di dire il nostro rapporto con la realtà: “la verità qualifica la connessione del soggetto al predicato. Non si è mai inventato qualcosa, cioè una cosa. Insomma, non si è mai inventato niente” (ivi p. 50).
L’invenzione, quindi, sia come scoperta produttiva sia come scoperta svelante si è iscritta, secondo Derrida, nel progetto dell’intera tradizione metafisica di dominare l’imprevedibile attraverso un’integrazione che lo consideri un margine calcolabile. In questa direzione si collocano anche i tentativi di costruire linguaggi artificiali (Leibniz) che possano gestire l’intero sapere umano. Questa concezione classica dell’invenzione tende a rendere omogeneo al calcolo e al calcolabile ogni margine aleatorio cercando di programmare l’invenzione. L’idea di programmare ciò che non è prevedibile conduce a una forma illusoria di invenzione che Derrida definisce ‘l’invenzione del medesimo’: un atto che non lascia nessuno spazio al nuovo e all’imprevedibile e che, quindi, nella sua essenza non è inventivo.
Al contrario il filo rosso che guida la riflessione di Derrida è l’invenzione dell’altro inteso come un’alterità non anticipabile, non prevedibile e nei confronti della quale non è possibile pensare alcun programma né predisporre alcun calcolo. La decostruzione è un modo di prepararsi, alla venuta dell’altro attraverso la consapevolezza dell’ambiguità del genitivo che non può essere né completamente soggettivo né totalmente oggettivo: “prepararsi a questa venuta dell’altro è ciò che si può chiamare decostruzione. La quale decostruisce appunto questo doppio genitivo ed essa stessa si riconduce, come invenzione decostruttrice, al passo /impasse dell’altro” (ivi, p. 58).
La logica di questa invenzione è paradossale poiché la venuta dell’altro è impossibile. È un’invenzione che non inventa nulla perché l’altro è ciò di cui non si potrà mai affermare con certezza la venuta. La logica paradossale dell’invenzione assume la forma dell’impossibilità poiché l’unica modalità di invenzione che possa evitare di iscriversi nell’invenzione del medesimo e nella sua programmabilità è un’invenzione che non ha luogo. L’impossibilità non produce passività, ma al contrario è la condizione che permette, eccedendola, l’apertura e lo sviluppo della tradizione stessa.
La scrittura di Derrida nei saggi che compongono questo testo propone e testimonia la sua singolare e personale modalità di incontro e invenzione dell’altro che assume, in base ai diversi contesti, i nomi di Ricoeur, Heidegger, Lévinas, Barthes, Flaubert, Freud. Una scrittura che attraversa gli snodi più significativi del pensiero occidentale dalla metafora, alla rappresentazione, alla psicanalisi e al razzismo. L’incontro con questi temi costituisce una ‘teoria discontinua’ particolare che si manifesta nella capacità di farsi interpellare e attraversare in modo inventivo dall’altro.