Sante Maletta

 

 

Gianfranco Dalmasso, Chi dice io. Razionalità e nichilismo, Jaca Book, Milano 2005

(Pubblicato in «Bollettino Filosofico. Dipartimento di Filosofia dell’Università della Calabria», n. 21, 2005, pp. 423-5)

 

È opinione diffusa che oggi si viva l’epoca del nichilismo dispiegato – intendendo con questo termine la convinzione che la ragione sia troppo debole per conoscere veracemente la realtà e per individuare valori condivisi. La questione del nichilismo è al centro del recente lavoro di Gianfranco Dalmasso, Chi dice io. Razionalità e nichilismo.

Dalmasso, docente di Filosofia teoretica presso l’Università di Bergamo, affronta il tema stigmatizzando come irragionevole quell’atteggiamento che guarda al nichilismo con una rassegnazione quasi compiaciuta, facendo l’elogio della finitezza dell’uomo e della provvisorietà di ogni valore. Altrettanto irragionevole è la posizione speculare di chi invece cerca di recuperare la “solidità” di una tradizione metafisica ritenuta capace di sostenere la sfida della costruzione di un sapere sistematico. Tale contrapposizione tra pensieri “deboli” e pensieri “forti” non aiuta a cogliere il senso della sfida, allo stesso tempo intellettuale ed esistenziale, che il nichilismo rappresenta e rischia di precludere qualsiasi eventuale fuoriuscita da esso.

La prima tesi dell’opera è che il nichilismo va approcciato come sintomo del venir meno del soggetto della scienza costruito dal pensiero moderno – perlomeno nella sua linea prevalente. Il nichilismo è quindi segno di una crisi, di un passaggio epocale che può aprire a qualcosa di nuovo. La seconda tesi è che, per pensare il nichilismo, è necessario pensare l’origine del proprio discorso. Seguendo questa direzione si scopre che la stessa contrapposizione tra pensiero debole e pensiero forte rimane interna al modello di razionalità consustanziale al soggetto moderno della scienza e che, di conseguenza, gli attuali sedicenti paladini della tradizione metafisica sono in realtà inconsapevolmente assai poco fedeli all’insegnamento dei loro “eroi” antichi e medievali. Il limite più grave del modello di razionalità prevalente nella modernità è il suo intellettualismo, vale a dire una concezione del pensiero che prescinde dal movimento dell’essere generato del pensiero medesimo. In altri termini, la razionalità del soggetto moderno della scienza è chiusa, speculare e auto-riflettente, poiché il sapere si pone come produzione di un linguaggio in grado di descrivere e dominare le cose; il sapere acquisisce in tal modo una movenza tipicamente ideologica, visto che censura le domande sulla sua propria genesi e non pensa l’origine del suo proprio discorso.

In primo piano è quindi la questione della genesi del soggetto conoscente – questione che attraversa l’intera tradizione metafisica, soprattutto quella di orientamento neo-platonico. Ma la domanda sulla genesi del soggetto non può in realtà produrre altro che uno scacco. Come oggi mettono in luce soprattutto gli insegnamenti di Lévinas e Derrida (la cui diffusione in Italia ha visto da sempre Dalmasso tra i protagonisti), la questione del punto sorgivo dell’io non è dominabile dall’io. Questa è la mossa decisiva: il discorso non è mai proprietà del soggetto. Ciò che allora va tematizzato da parte del soggetto non è tanto l’origine del proprio discorso quanto la sua posizione rispetto al proprio discorso. Al cuore del problema del nichilismo c’è dunque una questione morale, che riguarda l’atteggiamento del soggetto, la sua postura – allo stesso tempo etica e gnoseologica – nei confronti del mondo e del logos (pensiero, ragione, discorso) che lo abita.

Per ripensare il rapporto tra il soggetto e il logos Dalmasso percorre i propri sentieri di ricerca in compagnia di diversi autori protagonisti della tradizione metafisica antica, medievale e moderna, convinto che proprio da loro sia possibile imparare quella postura che permette di sfuggire alle tentazioni intellettualistiche. In tali autori la negatività, lungi dal distruggere l’idea (allo stesso tempo cosmica psichica e politica) di un legame e di un ordine, funziona come agente costitutivo del soggetto conoscente, come forza generatrice che spiega la strutturale sproporzione tra l’io e il suo sapersi, il suo radicale spossessamento. Detto in altri termini, l’idea di un legame e di un ordine, soprattutto nel linguaggio filosofico antico e patristico, indica l’impossibilità di pensare la struttura della razionalità al di fuori di una trama di cose, prescindendo dal problema di un movente e di una destinazione: a partire da che cosa e a chi parlo?

Consideriamo ad esempio Platone: il nulla come negativo, non-essere, è pensato come “diverso”. Questo è una categoria ontologica, cioè riguarda ogni ente che, in quanto identico a sé, è necessariamente diverso dagli altri. Il diverso si pone quindi come un non che non solo non è distruttivo, ma che è generativo dell’essere. Ebbene, ciò che caratterizza l’intellettualismo moderno è l’occultamento di tale fattore generativo che agisce nel negativo, la censura del ruolo costitutivo sia del soggetto sia del mondo giocato dalla negazione come alterità. In altre parole l’affermazione che il nulla – in quanto diverso, altro – esiste (cioè opera) non fa a pugni con l’evidenza che il soggetto e il mondo “tengono” dal punto di vista del loro essere e del loro senso.

Ancora più evidente è il discorso per quanto riguarda S. Agostino. L’esito fallimentare di ogni tentativo di dominare il sapere da parte del logos non induce il grande padre della Chiesa a una posizione nichilista. Al contrario esso è l’occasione per l’introduzione di un nuovo genere letterario, la confessione. Qui l’invocazione, contenuta strutturalmente nel testo, inaugura un sapere radicalmente diverso dal possesso, in cui l’atto conoscitivo si caratterizza come ritrovamento e allo stesso tempo come generazione del significato nell’interiorità del soggetto conoscente. In altre parole c’è un “maestro interiore”, il soggetto è incapace di dominare l’origine del proprio pensiero e di fronte a tale non proprietà il soggetto deve prendere posizione, deve decidere di “consulere veritatem”. La presa di posizione rispetto a un non proprio costitutivo in azione nel proprio stesso discorso costituisce il rigore assieme morale e logico che custodisce l’idea di razionalità.

Insomma, di fronte al nichilismo non bisogna porsi in maniera reattiva: il nichilismo rappresenta l’occasione per riaprire la questione della ragione, occultata per troppo tempo all’interno delle movenze tendenzialmente intellettualistiche del pensiero moderno.

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